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In Gita con Berto
Romitaggio e Leggende dei Santi Benigno e Caro eremiti del Baldo
Seguendo l'itinerario scrito e percorso da Berto, i D.A.M. (I Du de l'Ave Maria) sensa cartina jè 'rivà a destinassion. In 60 ani no l'è cambia gnente! La storia l'è in Italian.....Un romitaggio, esprime poco, se non raccolto nella pace di una valletta o campato in aria sulla vetta di un poggio; se non è compreso da un miracoloso stupore di leggenda, che lo avvolga e lo confonda nel pieno di una aureola luminosa, con particolari accenti di saga infantile.casson Il diletto e indimenticabile amico mio scomparso, l'avvocato Sirio Caperle, un adoratore del Garda, il fiero paladino e pioniere per la redenzione della riviera veronese, mi accennava molti anni or sono, poco prima della guerra, ad un minuscolo eremo, sperduto nei crodoni del Baldo ed ai Santi Benigno e Caro, sacrato due ore di sentiero sopra Casson. Casson è una di quelle borgatelle d'alto lago, su quel di Malcesine (dove il vaporetto allora non sbarcava) e che vegetano sommerse ai piedi del severo e rude Montebaldo, sotto il peso morale di certi costoni boscosi, che sono avvinti al massiccio della catena e pur ne sembranoceseta staccati, come sbalzati in rilievo, e somigliano in iperbole, a delle ondate enormi issate a forza dal lago e pietrificate lassù! Li chiamano le "pale de San Zeno". Sulla riva, Casson, porge con garbo un mucchietto di case chiare in collina a destra; ed a sinistra più in alto, eleva in gloria la chiesetta candida tra i pini. Nel bel mezzo sonnecchia seminascosto, in palazzetto color cinabro, Villa Beretta, avvolta nei salici piangenti, che offrano tributo alimentare di lagrime ad un "Re" (rio) che è il più corto fiumicello d'Italia. Ma sopra Casson, a circa mille metri sul livello del mare, vi si ariladdita una spelonca dove, ai tempi di Re Pipino e di sua figlia Berta (che lava), i due eremiti Benigno e Caro vissero per molti anni mangiando rape e radici di un certo orto da loro coltivato, e che a sua volta si adoperò a compire miracoli, come vedremo. Per quanto eremiti ed in odore di santità, droga ignota ai fabbricanti di profumi, per quanto ritirati in un sito inaccesibile allora ebbero noie, dispiaceri e processi. Erano calunniati di convivere carnalmente con una certa Olivetta, che veniva a disimpegnare le facende di casa, nella spelonca. Ora i due crani dei Santi sono custoditi dentro un'urna di vetro chiusa con tre chiavi, tenute dal Sindaco, dal parroco e da un fabbriciere della parrocchiale di Malcesine. (Avemo verificado anca questo. Césa Parochial de Santo Stafano 2° altar a destra). Ed in detta chiesa esisteva sino ad un secolo fa una merla di rame che procurò anch'essa noie e digiuni ai due eremiti. Racconta il Della Corte nella - sua "Historia di Verona" (Libro IV, Tomo1) che dovendo Re Pipino, per incarico di Carlo Magno, entrare in guerra coi Veneziani, deliberò prima di partirsene e forse per scongiuro, di far trasportare il corpo di San Zeno, patrono di Verona, nella chiesa che per lui era stata condotta a termine. Ora avvenne che quando si trattò di levare il corpo, questo pareva inchiodato al suolo e non fu possibile smuoverlo. Miracolo! Come fare? Una vecchia indovina suggerì al Vescovo di Chiamare i due santi eremiti Benigno e Caro, che vivevano in stretta astinenza sui monti di Malcesine. Il diavolo "per ispaventarli dal venire a far così degna opera, più volte in forma di merla si presentò loro, giù per il monte studiando col batter delle ali e col capitelrauco stridor di voce, dimostrare che questa loro andata avrebbe portato grandissimi danni generali". L'eremita Benigno, che aveva mangiato la foglia, intimo alla merla di fermarsi a mezzo monte e quella si fermò. li eremiti giunti indisturbati in città, con due sole dita traslarono il corpo nella chiesa, poi tornarono alla spelonca, e si soffermarono sul luogo dove Benigno aveva intimato alla merla di fermarsi, per liberarla dall'incantesimo. Ma questa, era gìa morta di fame. "Certamente mormorò Benigno, di vita e di perdono e non di morte era degno tanto uccello!" E digiunò quaranta giorni! Per commemorare tale fatto, venne eretto sul luogo un capitello sormontato da una merla di rame, che poi fu trasportata nella chiesa di San Zeno a Malcesine - come dicemmo. Signorsì, proprio la mattina che si doveva andar in gita all'eremo, spalancando una finestra dell'Albergo "Italia" - in Malcesine, finestra che dava sul brolo del palazzo dei Capitani del lago, mi vedo appollaiato sulla merlatura di cinta prospicente il lago stesso, uno strano uccello rosso come un piccione, dal becco lungo, che se non era una merla doveva essere qualche suo prossimo parente. Sirio, Sirio gridai al mio vicino di camera, Sirio vieni a vedere il Miracolo. Una merla che vuol distoglierci dal proposito di andar su all'eremo. -Va là, merlo, tu fai apposta per non camminare, poltrone! - Ma no, ma no, vieni a vederla, c'è proprio una merla! L'amico arriva ed intima a sua volta: - Fermati, o merla, fino al nostro ritorno! La merla o qualche cosa di simile, che a quanto pare s'era paga del primiero e tradizionale scongiuro, se la battè alla chetichella saltellando di merlo in merlo: No, Cari e Benigni Signori, favellò, no, questa volta potete stare tranquilli! Soltanto fermatevi un momento davanti al capitello. Una prece. Soltanto allora mi accorsi che era una gazza parlante.... A Casson, ci attendeva l'allegra comitiva pellegrinante, trimelonvenuta di Val di sogno (bagno di ninfe e di muse) con tre mulette bardate ed un sacco di provvigioni. Il cuoco della carovana era partito la mattina per tempo con la fanticella (che chiameremo Olivetta) ad approntare le "bracioline alla cacciatora" uno di quegli intingoli che si mangiano soltanto all'ombra dei faggi e dei castani. Due nobildonne veneziane, presero posto sulle cavalcature e così pure il barbuto Rizzardi, un magnate di Malcesine, residente a Casson, che in luogo della lancia aveva assicurato all'arcione una volgare sporta dove brillava argento di due superbi carpioni del suo vivaio... La salita, dolce da prima, era sì, che le mule tamburellassero allegramente gli zoccoli sul selciato,dam ma poi seguiron pietre mobili, come certe feste del calendario, e il sentiero, da mulattiera si fece caprino, sempre più orrido e faticoso. E dietro le spalle, per ironia, il lago placidamente bello e stanco, pareva seguirci con gli occhi soffusi di beatitudine. Qual distacco fra tremito impercettibile di una vela laggiù e la scabrosità di tutte le scaglie taglienti sotto le suole tenerelle delle scarpine quassù! -Tali li game contadi, sospirando le due gentildonne veneziane, (alludendo ai sassi) quando fu giocoforza lasciare le mule ed inerpicarsi... Il capitello della merla è ad un ora di Salita da Casson. E' tutt'altro che bello con le murette squadrate intonacate e la pittura sbidita in fondo alla nicchia, dove una madonnina della Scapolare volteggia sopra San Zeno e i due santi. Ma parla la leggenda. Una data: 1837.capitel Il capitello è piantato sopra un cumolo di macigni muschiosi, e porta sul tetto di pietra viva un castelletto di mattoni, quello che doveva reggere la povera merla di rame.... Il barbuto Rizzardi ci mette al corrente di tutto il patrimonio di leggenda che forma l'aureola attorno la testa dei due eremiti. - Perché in fondo i dise, che la ghe andasse sempre par casa (la grotta) e i ghe dava le fragole de pan...commenta fra sè, a bassa voce l'amico....-Chi andava per casa? - La merla!... Così che il diavolo, ghe l'avea tolta inprestito!? - Mah, anche i santi si possono sbagliare, forse la gran bontà... Ricorda la facilità con la quale i due eremiti inginocchiati parte per parte, sollevarono con due dita il corpo di San Zeno, che otto cavalli e la forza di cento guerrieri non erano riusciti a smuovere. Ancor oggi in Malcesine si commemora la traslazione del corpo santo e si chiama "El trasport". Una settimana dopo la funzione si ripete a Casson, e si noma "El trasportin".^ torna su ^



Il miracolo delle rape
Sempre più aspro si fa il sentiero ed io rievoco la comparsa di dieci merle per indurmi a non proseguire. Mi consolo, ad ogni modo, all'ombra della mula del mio compagno che si diffonde sulli altri miracoli di Benigno e Caro. - C'è il miracolo delle rape! Bisogna premettere che giù a Somavila esisteva ai tempi de San Zen una famiglia detta "Furioni" che ancor oggi sono perseguitati da un motto: "Furioni, furionati sarete sempre travagliati..." damQuesti furioni avevano denunciato al Vescovo di Verona, lo scandalo dell'olivetta che dormiva assieme agli eremiti, onde essi furono chiamati a discolparsi della grave calunnia. Il diacono che si recò a citarli, arrivò stracco morto sullo speco della caverna e li trovò che stavano cuocendo "spinaci". I due calunniati a torto, chiesero ingenuamente - E cosa ghemo da portarghe al nostro santo Vescovo? - Non saprei, - rispose il diacono -mi sembrate tanto poveri! Olivetta in un angolo della caverna stava aggiustando dei sandali. Era notte fatta ed il vento soffiava tra i faggi che si inclinavano al messaggiero del Vescovo... -Ben - propose Benigno - ghe porteremo le rave del nostro orto... - Mi pare che il tempo delle rape sia passato da un pezzo - osservò il diacono, che era nato in campagna. I due eremiti, con un risolino serafico a fior delle labbra tumide, si affacciarono all'orto con un lanternino di ottone in mano e sotto gli occhi stupiti del diacono seminarono le rape. Dove abbia passato la notte il diacono, il registro dell'eremo non lo dice. Ma la mattina dopo, i semonatori cavarono di sotto terra due rape da esposizione agraria, del peso di un chilo e seicento grammi precisi. I due eremiti le pulirono e le cacciarono nella bisaccia da viaggio del diacono, che (oh,miracolo!) non si accorgeva del peso. - Queste ghe le portaremo al Vescovo! E ancora adesso, sulla riva del Garda, quando avviene che qualcuno voglia eseguire un progetto presto e bene (che raro avviene) gli si osserva arguamente: Se te credi che le sia le rave de San Benigno!?
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Un attacapanni solare
Le cronache di Malcesine dicono, che i tre personaggi, lasciarono Olivetta a custodire la caverna e a tener d'occhio la merla (non era ancora accaduto il miracolo della traslazione), seguirono questo itinerario di strda e cioè Salita alla Bocchetta di Naole sul Baldo. Quindi la discesa per la Ferrara M.B., Caprino, Bussolengo e Verona, entrando per la attuale porta di San Zeno. Ma durante l'ultima parte del viaggio furono colti da un furioso acquazzone che immollò fino alle ossa i due eremiti. Al vescovado, il diacono salì per primo ed annunciò subito ol miracolo delle rape. Ma il Vescovo tentennò dubbioso la testa, "più che mai convinto che i due fossero ciurmadori e non a torto i Furioni avessero denunciata la selvaggia ed amorosa tresca con Olivetta" I due eremiti comparvero al processo davanti al Vescovo con le tonache gocciolanti ed i capelli incollati giù per la fronte. Il Vescovo: - Come vi chiamate? - Benigno... Il Vescovo: E voi? -Caro.... Il Vescovo - Ah! voi siete gli eremiti di quella rupe? Prima di rispondere alla fattispecie della procedura canonica di quei tempi, i due vecchiotti, mossero umile istanza al Vescovo di potere asciugare un poco le loro tonache impregnate di pioggia... Il Vescovo additò loro un angolo del salone, dove si potessero accomodare. E si delicò ad un altro giudizio. In quella, l'uragano era diminuito di intensità e traverso le nuvole ancora arrabbiate, s'era fatto strada uno di quei raggi di sole, che sembrano sguardi del Padre Eterno, venuti a scrutare dopo la tempesta, l'effetto ottenuto sui poveri umani. Certo deve essersi accorto anche della presenza dei due eremiti, perchè trovata una sottile fessura nella finestra di uno stanzone vi filò dentro come una saetta d'oro. I due bravi coltivatori di rape, con semplicità stessa con la quale si spogliavano nella spelonca, si levarono le tonache e le distesero delicatamente su quel raggio di sole, che si spense per il tratto che era coperto dalla tunica ripiegata e luceva ai capi. Mai cordata di lavandaia sostenne indumenti così santi, mai ebbe ebbe filo tanto prezioso. Di fronte al nuovo mirabile saggio, al vescovo, altro non restò che trangugiarsi anche quella delle rape e gridò entusiasta: - Voi siete veramente santi e vi assolvo da qualunque calunnia! ^ torna su ^


L'Eremo
eremoAll'eremo, un gran bosco di faggi ci è cortese di fresco riposo. Il primo saluto lo riceviamo da un cordiale grugnito di porco al pianterreno della casupola dell'eremita attuale. Invece, su, al primo piano si ode cantare il paiolo della polenta ed una tovaglia candida sventola su di un lembo di prato. Piantiamo le tende e svuotiamo le sporte. L'eremo è addossato al monte e porta incisa sul frontale della chiesa una caratteristica crocetta nera propria dei Santuarietti. E' la marca di fabbrica! Esso è tutto circondato da grossi alberi che protendono le braccia sul tetto con aria di protezione. Traverso questo fastigio di muraglia verde si mira da una parte il fascino profondo del lago e traverso lo stesso osservatorio, ma dalla parte opposta,eremo le crode grigie altissime e frastagliate del Baldo, le croce dette del "losson". Il Paradiso da una parte, il Purgatorio dall'altra. Ci troviamo nel vallone di S.Zeno e l'eremo sorge appunto fra due così dette "pale" di San Zeno e del Dosso, quindi le "Cinsole". Sulla lunetta d'ingresso sono dipinti i due eremiti. Dentro la chiesa semplice, a chiostre, c'è una specie di ancona sull'altar maggiore, in legno scolpito, rappresentante S.Zeno fra i due santi Benigno e Caro. cesaA destra è dipinto il miracolo delle rape. E questo interrompe l'eremita:" è el lumin che jà adoperà quela note per andar fora nell'orto a semenàr le rave..." Fuori dalla chiesetta fa buona mostra di sè una curiosa croce della passione (lavoro paziente e delicato di un Domenico Rizzardi. L' eremo è meta di pellegrinaggio la prima domenica di maggio, in giugno e in settembre. Il ritorno ha colmato la misura della stanchezza. Poichè i sentieri che dal Monte Baldo portano giù al lago, oltre essere damripidi ed aspri, sono anche burloni. Il lago è sempre li sotto; ci si specchia sempre e non ci si arriva mai, come quelle due tali isolette dell'Aleardi. Fatto sta, che abbiamo compiuto la scalta come color che son sospesi. Ma la colazione era stata eccellente, le due nobildonne più veneziane che mai, il panorama superbo, la brigata tanto lieta e gaia che di questa gita adesso conservo un ricordo...benigno e caro! Nojaltri proponemo che el percorso el sia ciamado Sentiero Barbarani! La storiela te pol catarla sul libro "Solitudini sul Garda" Bonato Editore

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