Museo Barbarani - Articoli - Piassa Erbe

Piassa Erbe vista dal grande Berto Barbarani. Semo nel 1911 quando l'è stà inserì tra i monumenti nassionali da conservàr; per questo motivo le case del "Gheto" che se specia ne la piassa iè stà salvà, mentre quele più distanti, butà zò par far posto al super-cine. Par molti ani Berto e Angelo Dall'Oca Bianca i s'à messi a difesa de Piassa Erbe sensa èssar 'scoltà. Par fortuna el riconossimento a parte del Governo l'à messo fine a la questión

UNA PIAZZA BEN DIFESA E MAL INTESA
Da l'articolo de "Rivista mensile del Corriere della Sera del 1911"
La gran Verona. Sulla balaustra della loggia di palazzo Maffei, in fondo alla Piazza delle Erbe a verona, le statue olimpiche di Ercole, Giove, Venere, Mercurio, Apollo e Minerva, sembrano danzare nel cielo sereno, purificato dalla ventilazione dell’Adige, con vezzosi e curiosi atteggiamenti e svolazzi pieni di grazia e di protezione da palcoscenico. La sola scultura di Ercole, posa sulla clava il braccio destro titanico ed accantonata lassù (a sinistra del borghese che guarda), lassù all’ombra della torre del Gardello, vedova della campana di Magister Jacopus, sembrami il fratello maggiore di quell’Angelo Dall’Oca Bianca, che provvisto per abitudine di una simile clava, ha lo stesso fare potente di difendere la nostra piazza da coloro che le vogliono far mutare di moda e di carattere. Il guardaportone del palazzo Maffei è il leone di San Marco la cui coda, si proietta in ombra sulla facciata del palazzo; Ercole, Dall’Oca Bianca, il leone di San Marco… Non si potrà dire che la piazza delle Erbe sia mal guardata! A destra, corrono verso la Torre dei Lamberti una serie di terrazze pittoresche, una galleria di affreschi della scuola di Giulio Romano. corrono verso la Torre dei Lamberti una serie di terrazze pittoresche, una galleria di affreschi della scuola di Giulio Romano; oltre una scalata di giganti, un po’ di tutto,: la Liberalità, la Prudenza, l’Ignoranza, l’Invidia, tutte brave figure allegoriche di grandi dimensioni. – I numerosi proprietari della "casa dei Mazzanti", non hanno avuto scrupolo alcuno di sfondare con una porta di terrazza la pancia della Liberalità o troncare una gamba alla Prudenza perché non cammini troppo in fretta, pur di far trionfare l’Ignoranza e l’invidia sotto i vigili tetti spioventi del quattrocento, che proteggono bonariamente i capricci di questi comodi inquilini e sorridono quando se li vedono venir fuori, magari in berretta da notte, dalla mammella di un simbolo o dalle reni di un gigante, per dar acqua ai fiori. Ed ecco l’occhio elevarsi su per la torre del Comune, gemmata dagli stemmi dei podestà, l’unico campanile laico, che spande, per virtù del suo arringo (Il Rengo), la rugiada sonora del tempo che passa, sulla fantasmagoria degli ombrelloni provati alla vita gastronomica, al vento, alla pioggia, alle polemiche. Il lato sinistro della piazza, svolgesi in una lunga, superbamente varia, ininterrotta processione di alte case schiettamente popolari, autentiche cittadine del centro, le quali continuando per via Cappello e fatto un onorevole inchino alla casa di Giulietta, giungono fino ai ponti e sembrano non finire mai. In questa processione, dopo il mal restauro della casa dei Mercanti sono designate col titolo di catapecchie, casupole, focolari famigerati d’infezione, le pellegrine del Ghetto! Queste casupole la più piccola conta la bellezza di sette piani e parla già il gergo della piazza. E’ un complesso simpatico, armonioso di torricelle magnificamente macchiate di quel colore che domina nelle grandi cucine patriarcali e rotto da barbagli di vetrate, come i piatti di stagno sulle scansie; rassomigliano molto alla piacevole congerie delle case di Santo Stefano. Queste sventurate casette, che mangiano gli gnocchi in testa a tre quarti di Verona, sono, a parer mio, le cenerentole della piazza, le più buone, le più sincere della famiglia. Contro di esse si sono appuntite le ire. Han tentato di demolirle per piantarvi un politeama o un palazzo per la Cassa di Risparmio. Le hanno accusate di essere sudicie, di esser nidi d’infezioni! Si è inneggiato alla loro morte e alla gloria d’un igienico sventramento. Ma sono sempre state protette dal nostro Dall’Oca, il quale, come Angelo Dall'Oca Bianca in Piassa Erbeha promesso, saprà certo adornarle di quella veste antica che le renderà degne di mantener sempre più alto l’altissimo onore d’essere state dischiarate da pochi mesi, con tutto il resto della famiglia, un monumento nazionale! Politeama, sventramento, minaccia di epidemie, bisogno di respirare aria di palazzi e di milioni profusi in edilizia. Che bisogno ‘è di buttar giù le casette…. grattanuvole, prospettanti sulla piazza, le prime che respirano l’aria dei nostri colli e fanno a tu per tu con l’orologio della torre comunale? Lo sventramento deve essere fatto nel ghetto interno e da quello salteranno fuori tanti motivi di decorazione e ferri battuti e ceselli da inferiate e balconcelli a pancia, ecc., ecc., che troveranno onorevole e più arioso posto sulla piazza, moltiplicandone la sua varietà che è sitibonda di cose piccole e graziose, Ma perché credete che il governo abbia dichiarato monumento nazionale la vostra piazza? Perché nessuno la tocchi, perché se la toccassero, invece di un allegro sorriso di riconoscenza, la grande fisonomia estetica subirebbe il ridicolo di una smorfietta sul genere di quella Madonna Verona da poi che le hanno cambiata la testa. Perché, dopo tutto, il governo, come si degna di intervenire nelle questioni amministrative dei Comuni anche i più grandi, meglio ancora se eleva la sua buona volontà alla protezione di questi veri templi d’arte, all’aria aperta. tutto il mondo artistico che vede posto in valore nei tesori d’Italia un gioiello di più e non versa certo lagrime sulla sorte di quei proprietari….proprietari di case che protestano perché i loro immobili sono stati dichiarati  belli nel bello e degni d’essere mantenuti sani, puliti internamente e concordi nella linea ascensionale verso un orizzonte idealmente fatale, come tutte le costellazioni dell’universo. Con questo decreto ministeriale, che lega Verona alla più degna e preziosa delle servitù, speriamo che siano finite tutte le questioni che tra la vita fantastica e lo zodiaco di piazza Erbe appaiono ogni dieci anni, come le comete. Ma purtroppo un tantino di strascico resterà sempre. E quando gli ombrelloni si chiudono al sonno, equilibrati sull’unica gamba a cassetta, le dice braccia raccolte sotto il bianco traliccio di tela, quando gli zampilli sonori della fontana di Madonna Verona conciliano il dormire a tutto l’accampamento, e la Berlina dà ricovero nel minuscolo atrio ad un gruppo di spazzacamini che sognano la fuliggine del loro martirio, il contorno superiore del monumento collettivo si profila sempre più bizzarro e medioevale in un cielo di leggenda. Le case tutte serrate (salvo qualche barlume giallo di veglia) stanche del piccolo commercio cotidiano tornano al passato. Ed i fantasmi anglo-veronesi di Guglielmo Shakespeare si raccolgono in piazza. Berto Barbarani

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