Articoli Barbarani P.Erbe-Ghéto

Grassie al contributo de nùmarosi artisti veronesi, a l'urtón de la Soprintendensa e del Comune, le case del Ghéto Ebraico che vardava Piassa Erbe nel 1914 iè stà salvè da la distrussión, tacàndose a un "vincolo" monumentàl. Par saltàr via la "Legge" statàl "Rosadi-Rava" del 1909 s'a pensà de tiràr fora la scusa de l'emergensa sanitaria del Ghéto. Ma cosa dovéa nàssar al posto de queste case? La sede de la Cassa de Risparmio...
ARTICOLI:
- UNA PIAZZA BEN DIFESA E MAL INTESA
- LA QUESTIONE DEL GHETTO. ANCHE I MEDICI SONO CON NOI
- PER L'INTEGRITÀ DI PIAZZA DELLE ERBE. IN ATTESA DEL GENIO CONTEMPORANEO
UNA PIAZZA BEN DIFESA E MAL INTESA
Da l'articolo de "La Lettura, rivista mensile del Corriere della Sera del 1911"
La gran Verona. Sulla balaustra della loggia di palazzo Maffei, in fondo alla Piazza delle Erbe a verona, le statue olimpiche di Ercole, Giove, Venere, Mercurio, Apollo e Minerva, sembrano danzare nel cielo sereno, purificato dalla ventilazione dell’Adige, con vezzosi e curiosi atteggiamenti e svolazzi pieni di grazia e di protezione da palcoscenico. La sola scultura di Ercole, posa sulla clava il braccio destro titanico ed accantonata lassù (a sinistra del borghese che guarda), lassù all’ombra della torre del Gardello, vedova della campana di Magister Jacopus, sembrami il fratello maggiore di quell’Angelo Dall’Oca Bianca, che provvisto per abitudine di una simile clava, ha lo stesso fare potente di difendere la nostra piazza da coloro che le vogliono far mutare di moda e di carattere. Il guardaportone del palazzo Maffei è il leone di San Marco la cui coda, si proietta in ombra sulla facciata del palazzo; Ercole, Dall’Oca Bianca (v.foto), il leone di San Marco…
Non si potrà dire che la piazza delle Erbe sia mal guardata! A destra, corrono verso la Torre dei Lamberti una serie di terrazze pittoresche, una galleria di affreschi della scuola di Giulio Romano. corrono verso la Torre dei Lamberti una serie di terrazze pittoresche, una galleria di affreschi della scuola di Giulio Romano; oltre una scalata di giganti, un po’ di tutto,: la Liberalità, la Prudenza, l’Ignoranza, l’Invidia, tutte brave figure allegoriche di grandi dimensioni. – I numerosi proprietari della "casa dei Mazzanti", non hanno avuto scrupolo alcuno di sfondare con una porta di terrazza la pancia della Liberalità o troncare una gamba alla Prudenza perché non cammini troppo in fretta, pur di far trionfare l’Ignoranza e l’invidia sotto i vigili tetti spioventi del quattrocento, che proteggono bonariamente i capricci di questi comodi inquilini e sorridono quando se li vedono venir fuori, magari in berretta da notte, dalla mammella di un simbolo o dalle reni di un gigante, per dar acqua ai fiori.
Ed ecco l’occhio elevarsi su per la torre del Comune, gemmata dagli stemmi dei podestà, l’unico campanile laico, che spande, per virtù del suo arringo (Il Rengo), la rugiada sonora del tempo che passa, sulla fantasmagoria degli ombrelloni provati alla vita gastronomica, al vento, alla pioggia, alle polemiche. Il lato sinistro della piazza, svolgesi in una lunga, superbamente varia, ininterrotta processione di alte case schiettamente popolari, autentiche cittadine del centro, le quali continuando per via Cappello e fatto un onorevole inchino alla casa di Giulietta, giungono fino ai ponti e sembrano non finire mai. In questa processione, dopo il mal restauro della casa dei Mercanti sono designate col titolo di catapecchie, casupole, focolari famigerati d’infezione, le pellegrine del Ghetto! Queste casupole la più piccola conta la bellezza di sette piani e parla già il gergo della piazza. E’ un complesso simpatico, armonioso di torricelle magnificamente macchiate di quel colore che domina nelle grandi cucine patriarcali e rotto da barbagli di vetrate, come i piatti di stagno sulle scansie; rassomigliano molto alla piacevole congerie delle case di Santo Stefano.
Queste sventurate casette, che mangiano gli gnocchi in testa a tre quarti di Verona, sono, a parer mio, le cenerentole della piazza, le più buone, le più sincere della famiglia. Contro di esse si sono appuntite le ire. Han tentato di demolirle per piantarvi un politeama o un palazzo per la Cassa di Risparmio. Le hanno accusate di essere sudicie, di esser nidi d’infezioni! Si è inneggiato alla loro morte e alla gloria d’un igienico sventramento. Ma sono sempre state protette dal nostro Dall’Oca, il quale, come ha promesso, saprà certo adornarle di quella veste antica che le renderà degne di mantener sempre più alto l’altissimo onore d’essere state dischiarate da pochi mesi, con tutto il resto della famiglia, un monumento nazionale! Politeama, sventramento, minaccia di epidemie, bisogno di respirare aria di palazzi e di milioni profusi in edilizia.
Che bisogno ‘è di buttar giù le casette…. grattanuvole, prospettanti sulla piazza, le prime che respirano l’aria dei nostri colli e fanno a tu per tu con l’orologio della torre comunale? Lo sventramento deve essere fatto nel ghetto interno e da quello salteranno fuori tanti motivi di decorazione e ferri battuti e ceselli da inferiate e balconcelli a pancia, ecc., ecc., che troveranno onorevole e più arioso posto sulla piazza, moltiplicandone la sua varietà che è sitibonda di cose piccole e graziose, Ma perché credete che il governo abbia dichiarato monumento nazionale la vostra piazza? Perché nessuno la tocchi, perché se la toccassero, invece di un allegro sorriso di riconoscenza, la grande fisonomia estetica subirebbe il ridicolo di una smorfietta sul genere di quella Madonna Verona da poi che le hanno cambiata la testa. Perché, dopo tutto, il governo, come si degna di intervenire nelle questioni amministrative dei Comuni anche i più grandi, meglio ancora se eleva la sua buona volontà alla protezione di questi veri templi d’arte, all’aria aperta. tutto il mondo artistico che vede posto in valore nei tesori d’Italia un gioiello di più e non versa certo lagrime sulla sorte di quei proprietari….proprietari di case che protestano perché i loro immobili sono stati dichiarati belli nel bello e degni d’essere mantenuti sani, puliti internamente e concordi nella linea ascensionale verso un orizzonte idealmente fatale, come tutte le costellazioni dell’universo. Con questo decreto ministeriale, che lega Verona alla più degna e preziosa delle servitù, speriamo che siano finite tutte le questioni che tra la vita fantastica e lo zodiaco di piazza Erbe appaiono ogni dieci anni, come le comete.
Ma purtroppo un tantino di strascico resterà sempre. E quando gli ombrelloni si chiudono al sonno, equilibrati sull’unica gamba a cassetta, le dice braccia raccolte sotto il bianco traliccio di tela, quando gli zampilli sonori della fontana di Madonna Verona conciliano il dormire a tutto l’accampamento, e la Berlina dà ricovero nel minuscolo atrio ad un gruppo di spazzacamini che sognano la fuliggine del loro martirio, il contorno superiore del monumento collettivo si profila sempre più bizzarro e medioevale in un cielo di leggenda. Le case tutte serrate (salvo qualche barlume giallo di veglia) stanche del piccolo commercio cotidiano tornano al passato. Ed i fantasmi anglo-veronesi di Guglielmo Shakespeare si raccolgono in piazza. Berto Barbarani
LA QUESTIONE DEL GHETTO. ANCHE I MEDICI SONO CON NOI
Il Gazzettino, 15 agosto 1913
(B.B.) – Malgrado che l'avvenimento dell'Aida in Arena abbia distratto i nostri concittadini dal grande problema del Ghetto, e del suo risanamento, c'è qualcuno che se ne occupa ancora, la classe dei medici per esempio. Codesta egregia e benemerita classe veronese, che di architettura del corpo umano e del suo relativo e delicato movimento d'orologeria cardiaca se ne intende molto bene, ha votato l'altra sera il seguente ordine del giorno:
«L’Ordine dei Medici della Provincia di Verona nella sua straordinaria assemblea dell’11 agosto 1913, mentre "fa voti che anche la città di Verona proceda ad un organico e radicale risanamento dell’abitato" plaude vivamente all’iniziativa della Civica Cassa di Risparmio che, offrendo il modo di aggiungere un’opera d’arte del nostro tempo a quelle del tempo passato che fanno ammirata la città di Verona, dà anche modo "di non ritardare più oltre l’auspicato abbattimento del Ghetto, offesa permanente e grave alle ragioni dell’igiene, dell’arte e della civiltà". In quanto all'arte nel Ghetto, dentro e fuori, ve n'è ad esuberanza e bisogna non essersi mai curati di visitarlo, per affermare il contrario. Ma è un'arte che si può sacrificare, e per altra via ricuperarla. Se anche le case interne sono brutte, sporche e deformi non vi possono negare note larghe e delicati spunti di bellezza.
Sarebbe come negare la bellezza ai poveri gobbi della chiesa di S. Anastasia, quelli che sostengono le conche dell'acqua santa, che non è l'acqua più igienica del mondo.
E ben venga dunque l'abbattimento radicale del Ghetto, l'oscuro e malsano Ghetto interno, il vero Ghetto. Le case che hanno a che fare in parte, con l'iniziativa della G.C. di Risparmio, e cioè quelle prospicienti la piazza, lo abbiamo detto cento volte, non sono Ghetto, e non sono offesa permanente e grave all'igiene, alla civiltà, all'arte. Lo prova il fatto recentissimo, che fanno parte integra ed intangibile di un monu-mento nazionale unico al mondo.
E così pure lo provano in subordine le dignitose e vivaci proteste degli inquilini diffamati nelle loro case e nella loro suppellettile familiare, e che i signori medici anche senza una ragione di cura professionale potrebbero visitare sempre, non fosse altro che per confronta-re tali ambienti con altri, che non sono centrali, ma che nessuno si pensa di abbattere o di controllare.
Dunque, anche i medici, (ottima alleanza) sono con noi; non per il loro plauso all'iniziativa della C.C. di Risparmio, che può essere ritenuta assurda ed inattuabile ed an-che dispensabile (tanta dovizia di monumenti che c'è a Verona!) Ma per il grande problema, che il Comune in luogo di plaudire alle iniziative dell'ente istituto, dovrebbe prendersi seriamente a cuore: lo sventramento del Ghetto, da Corte Spagnola fino a Vicolo S. Rocchetto. E senza tanti concorsi, cauterizzare subito la piaga col ferro rovente della propria volontà. Altrimenti finiremo col diventar rabbiosi tutti quanti e per colpa di un equivoco che nessuno degli interessati vuol mettere a nudo. Forse perché si tratta di una parola di genere... maschile.
PER L'INTEGRITÀ DI PIAZZA DELLE ERBE. IN ATTESA DEL GENIO CONTEMPORANEO
Berto Barbarani - Il Gazzettino, 28 gennaio 1914
(B.B.) – Dunque, il concorso per il nuovo palazzo della Civica Cassa di Risparmio da erigersi, potendo, nel cuore della piazza delle Erbe, vale a dire al posto delle migliori case del così detto Ghetto – scade irrevocabilmente col 18 febbraio prossimo venturo, in piena settimana di carnevale, e cioè la vigilia del Giovedì Grasso.
Ed è da quest'epoca in poi, che le nostre anime si dischiuderanno alla più agognata delle speranze; quella, cioè, che per merito del nostro maggiore Istituto si riveli, diciamo, il novello messia, quel tal genio contemporaneo, auspicato dai 35 artisti veronesi, ritenuti firmatari della famosa circolare clandestina, bollata a sangue, a suo tempo, dal nostro Angelo Dall'Oca Bianca.
Ma queste sono cose vecchie e veniamo al "quia". Ben quattrocento furono gli artisti di tutto il mondo, che domandarono programmi, avvisi e possibilmente qualche fotografia, che si interessarono di concorrere alla cattedra di genio contemporaneo in piazza delle Erbe, e tra questi anche alcuni dilettanti dei paesi circonvicini. Sappiamo pure che fu domandata una proroga del concorso per tre o sei mesi. Ma la Cassa di Risparmio, dura, ed ha fatto bene! Non saranno né i tre, né i sei mesi che elaboreranno la vita e la libertà all'ombelico del nuovo genio contemporaneo. Così, fino al giorno d'oggi, non è arrivato che un sol plico, a firma non sappiamo se di Callicrate od Ictino, redivivi, gli illustri autori del Partenone (430 a.C.).
Quello, che però ha largamente stupito la nostra curiosità di osservatori in sentinella, è stato il fenomeno di non aver mai colto sul posto nessun concorrente, che si sia mai tolto la briga di venire a Verona, di misurare, di visitare, di salire e scendere le case pericolanti e malsane, di vivere insomma questa vita di piazza, di studiare questo delicato problema di armonia estetica, di preoccuparsi del grave compito che si assume.
Niente! A meno che il progetto non lo si intuisca da lontano, per telefono o cinematografo oppure traverso le vicende e gli articoli della nostra infaticata polemica! Essi sperano di sposare la piazza senza vederla; sanno soltanto che la sposa ha dei milioni da spendere e da erbivendola diventerà contessa di Megalopoli! Ma noi ci presteremo a fare da compari. Questo concorso, che, per quanto bandito, doveva quasi arrestare la nostra opera di conservatori della piazza, oltre aver fatto sì che non restassimo soli, ci ha spinto fra le braccia molti amici illustri e coscienze adamantine di artisti.
Il recente voto espresso dal nostro Comitato per la difesa del paesaggio e dei monumenti, parla eloquente e in forma chiarissima. Vi sono uomini di tutti i parti e di tutti i gradi, dal marchese di Canossa al sig. Modena, dall'avv. Stegagno presidente della Accademia di Belle Arti, fino ad Angelo Dall'Oca Bianca che non è socio accademico, dal prof. Grancelli di lettere al prof. Spazzi di pittura, dal marchese Fumanelli al modesto e squisito incisore Luigi Cavadini e al prof. Vignola ispettore dei monumenti.
E notate che moltissimi furono gli ordini del giorno ed i voti espressi da altri comitati italiani congeneri di "Amici dei monumenti", di "difensori del paesaggio"; ma questo ha un valore speciale, perché espresso qui, a Verona dopo tanti dissensi, dopo tante battaglie e diciamolo pure, dopo tanti controlli su le nostre asserzioni, sui nostri allarmi! Sappiamo che alla presidenza della Cassa di Risparmio è stato consegnato un nuovo appello per l'integrità della piazza firmato da tutti i più grandi nomi dell'arte che vivono a Roma. La prima firma è del Monteverde.

